"Nella prossima partita contro l'Italia sarò preoccupato dell'arbitro. Quando capita di affrontare la nazionale azzurra il dubbio rimane sempre..." Che noia. Che senso di nausea. Che abbandono. Parole molli come il formaggio "banon" che i cuginetti degustano con grande dispiegamento di erre moscia nei loro soggiorni estivi in Costa Azzurra: "Spettacolave"; "Stvaovdinavio"; "Sentito che avoma?"; "E' un grande fovmaggio". Ma andate a cagare. E lo dico mentre contemplo l'ultima forma di grana acquistata in corso Garibaldi: rocciosa, solida, puntuale. "L'è boen, boen bombè (è buono, è tanto buono)". Forse sarebbe il caso di ricordare ai cuginetti che ci mettiamo un secondo a vietare l'espatrio a Paolo Conte. Che è un attimo ad offrire alla Belluccì le chiavi di Roma e farle prendere il primo TGV per Milano Centrale. Che non ci vuole molto a spedirgli Antonio Di Pietro, Borrelli, Davigo e Woodcock per indagare sul veleno che hanno versato nel bicchiere di Ronaldo prima della finale del '98. E' un attimo. Basta che lo dicano e noi siamo pronti. Comunque, la verità è che Parigi offre attrazioni anche per allenatori falliti e frustrati. Senta, Domenech: c'è la ruota panoramica, c'è l'Hotel De Ville, c'è il cimitero di Oscar Wilde e Jim Morrison, c'è Sarkozy ma soprattutto c'è Cecilia, bella e decisa, ogni mattina compra la baguette alle sei e alla sera va ad ascoltare il jazz da Franc Pinot. Ci vada anche lei Domenech. Si diverta. Si mangi un gelato pensando di essere l'avvocato Agnelli. Si fumi una sigaretta in Boulevard Sant Germain ammiccando ai barboni e sospirando: "C'est la vie". Insomma, faccia il francese. E soprattutto, non rompa il cazzo.
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